La vera storia dei compro oro

denaro contanteI compro oro sono senza dubbio la categoria di esercizi commerciali che, nel corso degli ultimi anni, si è diffusa maggiormente e con più rapidità in tutte le città italiane e non solo. Presenza ormai abituale nelle strade più conosciute, hanno offerto tante nuove opportunità di lavoro e attirato un numero sempre maggiore di clienti, spinti a vendere qualche proprio oggetto non solo per via delle difficoltà della crisi economica, ma anche perché finalmente libero di compiere una compravendita, magari anche per liberarsi di qualche vecchio gioiello non più utilizzato, in semplicità e totale trasparenza.

Se la grande espansione dei compro oro è sostanzialmente recente, il concetto che è alla base della loro attività non è certo nuovo e ha radici ben piantate nella tradizione e nella storia, specialmente del nostro Paese. L’antenato dei moderni compro oro, infatti, può a ben ragione considerarsi il Banco dei Pegni, i cui primi esemplari nacquero proprio in Italia, nella zona dell’Umbria e delle Marche. Le caratteristiche di questo tipo di attività nel corso dei secoli sono rimaste sostanzialmente uguali, mantenendo quasi sempre dimensioni piuttosto ridotte a livello di gestione e basando la loro fortuna su un approccio diretto con il fruitore dei servizi, senza intermediari e con la più ampia trasparenza possibile.

Storicamente l’origine del Banco dei Pegni, conosciuto anche come Monte di Pietà o Monte dei Pegni, ha una matrice religiosa: furono, infatti, i monaci francescani a ideare questa modalità di fornire piccoli prestiti alle persone che ne avevano bisogno, offrendo delle condizioni migliori rispetto a quelle del mercato.
Erano gli anni intorno alla seconda metà del 1400 e le condizioni di vita nelle città e nelle campagne non erano certo facili per chi non aveva la fortuna di appartenere alle famiglie più nobili. Ecco, allora, che il Monte dei Pegni si poneva come un’alternativa per recuperare piccole somme per le necessità quotidiane o per superare momenti di particolare difficoltà. A garanzia del prestito, i monaci chiedevano un oggetto che avesse un valore pari ad almeno un terzo del denaro chiesto. Questo pegno, che non necessariamente doveva esser d’oro o particolarmente prezioso, ha dato, da allora, il nome all’esercizio stesso: Banco dei Pegni, appunto.
Chi usufruiva del prestito aveva un anno di tempo per restituire la somma e in questo modo poteva recuperare il proprio oggetto lasciato a garanzia. Se la persona era impossibilitata o non riusciva a provvedere alla restituzione del denaro, l’oggetto veniva messo all’asta dallo stesso, in questo modo il negoziante, poteva recuperare i propri soldi.

I primissimi banchi dei pegni, come detto, videro la luce in Italia, in particolare a Perugia e nelle regioni di Umbria e Marche. Qui, le città di piccole dimensioni offrivano un tessuto sociale ricco di piccoli lavoratori e artigiani che potevano avere bisogno di prestiti ma che non sempre trovavano alternative a cui rivolgersi. Da sempre la questione dei prestiti bancari era in mano ai Banchi ebraici, che facevano affari generalmente con i grandi proprietari terrieri e i signori più potenti. Per realtà di dimensioni più ridotte, diventava davvero difficile trovare delle vie alternative per chiedere eventuali prestiti.
I monaci francescani intuirono questo bisogno e istituirono i Monti di Pietà prendendo come modello proprio il banco ebraico ma stabilendo la caratteristica fondamentale di dare all’attività un fine solidaristico e che non si prefiggesse, quindi, scopi di lucro. Per questo, in origine, non veniva chiesto alcun interesse al momento della restituzione del prestito, oppure veniva applicato un interesse minimo attorno al 5%, anche se non pochi, inizialmente, erano contrari, perché vedevano in questo pur minima richiesta una forma di usura.

Tra i primi fondatori e i principali difensori dei Monti dei Pegni ci fu Bernardino da Feltre, che insistette molto affinché i Banchi dei Pegni assumessero anch’essi un’organizzazione precisa e un modo di operare che non andasse a intaccare il capitale iniziale. Questo presupponeva, logicamente, anche l’istituzione di un piccolo interesse che andasse se non altro a coprire le spese sostenute. Verso il 1515, quindi solo pochi decenni dopo la nascita dei primi Banchi dei Pegni, praticamente tutti assunsero le linee dettate da Bernardino.
Inizialmente, comunque, i prestiti si rivolgevano unicamente agli abitanti della città o del luogo in cui si trovava il Banco e le somme concesse erano mediamente di piccola entità. D’altra parte, se si considera che alla base dei Banchi c’erano dei monaci francescani e non dei banchieri di mestiere, si può immaginare che i capitali iniziali non fossero tali da poter garantire prestiti troppo onerosi. Inoltre, al momento del prestito, chi riceveva il denaro doveva assicurare di prendere i soldi unicamente per impellenti necessità e per attività che fossero moralmente ineccepibili.
L’accoglienza di questa iniziativa nata, in qualche modo, “dal basso”, non fu ben vista dai Signori locali e dai potenti, che preferivano fare affari con i grossi banchieri ebrei. Ben presto, però, anche loro si resero conto che le due attività si rivolgevano a un tipo di clientela diverso e che la convivenza era più che possibile. Anzi: il Monte di Pietà si configurò anche come una rottura degli schemi del passato, proponendo una modalità diretta e senza intermediari per andare incontro ai bisogni della popolazione meno ricca.

Se l’origine del Monte di Pietà è questa, si può dire che gli attuali Compro Oro siano nati partendo dallo stesso solco, eppure si denotano sostanziali differenze, figlie anche dei mutati bisogni e dei mutanti tempi: i negozi di compro oro odierni, infatti, non accettano qualsiasi merce come facevano i Banchi dei Pegni, a cui si poteva dare in prestito non solo oro e gioielli, ma anche tappeti, orologi, suppellettili varie… Nei Compro oro solo i metalli preziosi sono oggetto di compravendita. Inoltre, una persona che si rivolge, oggi, a un esercizio di questo tipo, non lo fa per chiedere un prestito che, in qualche modo, dovrà restituire in seguito, ma effettua una vera e propria vendita e ne riceve in cambio una somma che entrambi i soggetti ritengono equa. Quello che può accomunare i compro oro ai Monte di Pietà è la natura della clientela che, oggi come allora, è generalmente formata da persone “comuni”.
Inoltre, se al Banco dei Pegni ci si rivolgeva, un tempo, in momenti di particolare crisi, vivendo l’azione spesso come un’umiliazione di chi deve chiedere aiuto per sopravvivere, oggi è diverso e chi si rivolge ai compro oro lo fa senza nessuna vergogna e per ricevere un guadagno che lo soddisfi. Magari, anche per liberarsi di piccoli gioielli e vecchi ricordi che non si utilizzano più e dai quali si riesce, in questo modo, a ricavare qualcosa.

Anche l’offerta che i nuovi negozianti propongono è certamente più ampia e articolata di quella degli antichi Banchi dei pegni, perché se è vero che non hanno a che fare con oggetti di ogni tipo, va anche detto che ai nostri tempi sono molti di più gli oggetti nei quali si possono trovare quantità di metallo prezioso. Basti pensare alle componenti elettroniche di computer e simili, che hanno una considerevole percentuale di oro al loro interno.
Con le nuove tecnologie, inoltre, rivolgersi ai compro oro è ancora più semplice e garantisce la possibilità di avere una valutazione del proprio oggetto in linea con il mercato e totalmente trasparente. Molti siti, per esempio, offrono il servizio si blocco del prezzo on-line, una modalità che permette di inserire i carati e il peso del gioiello che si vuole vendere e avere una valutazione immediata del suo valore. Se questa è in linea con le proprie aspettative, si può fermare la cifra visualizzata e recarsi in negozio per completare la compravendita con la garanzia di vedersi riconosciuto il prezzo bloccato on line.

Compro oro: i pro e i contro dell’attività

bracciali oroGià da diversi anni, è possibile notare una frequente “mutazione” nelle attività di vendita di gioielli delle tradizionali oreficerie. Le gioiellerie da un po’ di tempo hanno iniziato ad acquistare anche oro usato, sotto forma di gioielli di vecchia foggia, monete, medaglie e oggetti simili fatti di oro nelle sue diverse carature. Questi oggetti vengono spesso permutati con oggetti nuovi, di gusto più attuale e di stile moderno che possono essere regalati, praticamente senza costi ulteriori.

Sembra che da questa tendenza, – dettata dalle mutate condizioni economiche delle famiglie, dalla nuova esigenza di liquidità o di risparmio negli acquisti e dall’altissimo prezzo raggiunto dall’oro, sia nata l’attività di Compro Oro vera e propria, che tanto successo e diffusione ha raggiunto oggi su tutto il territorio nazionale. E’ importante oggi, infatti, per molti clienti e famiglie, poter vendere il proprio oro inutilizzato per avere in cambio contanti. La differenza consisteva proprio nel fatto che invece della permuta con altri oggetti nuovi, in cambio dell’oro usato venivano restituiti contanti. Veniva così introdotto nel panorama delle attività di commercio di preziosi, una nuova realtà che andava a riempire un “vacuum” legislativo, un vuoto di regolamentazione normativa. Dall’altro lato, il successo dell’attività portava i gestori a riunirsi in associazioni o reti di franchising e a dare al settore una nuova consistenza che contribuisce a far nascere l’esigenza di una più precisa serie di regole a tutela dei commercianti e della loro clientela.

L’attività commerciale dei compro oro, non ha in realtà una sua precisa collocazione nel panorama giuridico italiano: il negozio acquista dei preziosi, usati o rovinati, da clienti privati, rappresentati da persone fisiche e successivamente li rivende, in genere ad operatori professionali quali ad esempio le fonderie. E’ anche merito dell’insufficienza normativa di questo settore, che si rifà alla ‘Legge n. 7 del 2000’ ed ai ‘Chiarimenti in materia di oro’ della Banca d’Italia del 2001 A questo si aggiunge l’assenza di regolamentazione chiara da un punto di vista amministrativo e fiscale che ha determinato, da un lato, i controlli delle autorità preposte e, dall’altro, gli errori da queste riscontrati nella gestione delle attività. D’altra parte, il successo di questo tipo di attività è palese e questo spinge alla produzione di una nuova normativa ufficiale che faccia chiarezza sugli obblighi e le regole da rispettare.

Ma come mai questo tipo di attività ha avuto (e continua ad avere) una così elevata proliferazione e un tale successo? Cerchiamo di conoscerla brevemente e di valutarne i pro e i contro. L’attività, indipendente o in franchising, si occupa sostanzialmente – come già brevemente accennato – della compravendita di oggetti d’oro usati, per la stragrande maggioranza gioielli, ma anche monete, medaglie, gettoni, e rottami d’oro che vengono poi ricondizionati e rimessi sul mercato oppure ceduti alle fonderie. Gli oggetti possono essere venduti anche a privati, grossisti o altri intermediari del settore orafo. Quello che distingue questo tipo di attività da una oreficeria tradizionale è che vengono comprati soltanto oggetti usati.

Il primo vantaggio per coloro che vogliono costruirsi una attività relativamente semplice e redditizia è che l’apertura del negozio presenta poche difficoltà facilmente superabili. Inoltre, l’investimento iniziale è contenuto: parliamo anche solo di 10 o 15 mila euro, specie se si adotta una formula in franchising, dove il proprietario del marchio interviene con aiuti e facilitazioni molto importanti. L’investimento iniziale si limita alle somme necessarie per pagare la merce che i clienti vendono, all’inizio dell’attività stessa. Il mercato è piuttosto stabile e, salvo normali fluttuazioni, garantisce una equa remunerazione costante nel tempo; inoltre, non esiste praticamente un rischio di magazzino invenduto, in quanto molte società che raccolgono l’oro sono solite stipulare con i singoli negozi delle convenzioni che prevedono il ritiro a intervalli regolari di tutta la merce e il suo pagamento immediato. Altro aspetto importante da considerare è che i requisiti personali e professionali necessari per espletare l’attività si possono ottenere facilmente, in breve tempo e senza costi troppo alti. Non sono nemmeno necessarie costose operazioni di marketing in quanto la clientela potenziale è interessata a trovare il punto vendita tanto quanto il gestore del negozio è pronto ad accogliere i clienti, che possono essere rappresentati da qualsiasi privato, con una densità, quindi, molto elevata. Tutte queste caratteristiche riducono il cosiddetto rischio d’impresa a un livello molto basso e rendono l’apertura di un punto vendita un’obiettivo non solo possibile ma anche piuttosto interessante.

In tutto ciò, ci sono naturalmente anche dei rischi da considerare e in primis viene forse la possibilità di essere associati ad alcune attività poco chiare che fanno insorgere sospetti e controlli. In questo campo, la chiarezza e l’aderenza a regole e normative previste, in modo da non incorrere in possibili sanzioni, rappresenta un punto fondamentale, essendo gli altri rischi tutti molto ridotti, come abbiamo già avuto modo di considerare. A questo fine, può essere una soluzione ottimale l’aderire a una rete di affiliazione in franchising compro oro, seria e riconosciuta. Queste realtà, più grandi, più solide e maggiormente strutturate sono in grado infatti di garantire non soltanto un sostegno efficace da un punto di vista di marketing e gestionale ma anche un supporto legale e amministrativo per poter affrontare la burocrazia e le normative (o la loro assenza) senza timore di incorrere in errore e sanzioni.